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17 giugno 2008

Caro vecchio genio della mia gioventù


To the person who thinks with his head life is a comedy.
To those who think with their feelings, or work through their feelings, life is a tragedy.

Henry Miller

"I read Henry Miller and I never wanted to sleep again."
Henry Rollins (and me...)

http://www.henrymiller.org/miller.html

26 aprile 2008

MIA ZIA e altre incombenze

Mia zia scrive libri. E scrive da quando aveva 40 anni, perché prima ha dovuto imparare la differenza fra la f e la v, che sempre le é stata oscura.

Si chiama Anna Rita e scrive i suoi libri per ore al giorno. Si alza, fa colazione, e poi va in camera sua a scrivere. Dopo pranzo, si lava piatto e bicchiere, e poi torna a scrivere.

Adesso ha qualche problema con gli occhi, dice che "Nun me fa' più ll'occhiali" pero' non smette mai di scrivere, piega la schiena, che a settantacinque anni le fa male, e continua.

Copia romanzi d'amore, su quaderni a righe di terza elementare.

Prima leggeva ad alta voce. Adesso scrive.

Non so bene quando abbia cominciato, ma mia madre e mia zia Titta, l'altra sua sorella, hanno smesso di lamentarsi della lettura solo quando ha cominciato a scrivere, in silenzio, e curva sui quaderni.

Si, perché prima leggeva a voce alta e incessantemente, in modo che perfino i vicini credevano che nel palazzo qualcuno stesse pregando, o recitando il rosario. Leggeva lagnosamente ma con sentimento, e sorridendo a mezza bocca, mentre si raccontava le storie del libro e inciampava nelle parole sconosciute.

Di quelle ne ha certo incontrate tante, povera zia, perché ha fatto solo qualche anno di elementari, e dell'esistenza di certi termini proprio non era stata avvertita.

Ma non si é mai sognata di impararli per non incespicarci sopra la volta successiva: ha continuato a balbettare davanti ai misteri della lingua, a ripetere sillabando i lati oscuri dello scritto, e ancora non si é fermata.

Forse scrive perché leggere in silenzio non fa per lei, e non potendo più cantilenare le sue storie, le sposta sulla carta. Pare che non possa fare mai una sola cosa per volta.

Mia madre, che si chiamava Novella, la sopportava più della zia Titta: lei cuciva le maglie che aveva fatto con la macchina per maglieria, e quell'altra, Anna Rita, leggeva senza requie. In casa, sul balcone, nella sua camera o in cucina, a seconda della stagione o dell'ora del giorno, ma sempre con la stessa cadenza e con lo stesso sorrisetto latente.

La zia Anna Rita è la terza di quattro figlie, nate a mia nonna ad intervalli di cinque anni una dall'altra, mentre nel mezzo tentava sempre di uscire un figlio maschio che inevitabilmente moriva prima di riuscirci.

Per mio nonno, falegname, bello, alto e con gli occhi azzurri, 4 figlie di cui nessuna con gli occhi azzurri, solo due pari a lui in altezza, tre pari a lui in intelligenza e una piccola e grassa, e non intelligente, ne' quanto lui ne' quanto nonna, non sono state facili da allevare

Se la é cavata appioppando a mia madre, la più grande, l'incarico di figlio maschio che lo aiutava nella bottega di falegname, a mia zia Peppina - prima che morisse a 18 anni sotto l'ultima bomba caduta ad Osimo - il ruolo di intellettuale della famiglia con il diploma alle magistrali, e a mia zia Titta il rimpiazzo della zia Peppina alle magistrali, dopo il 1945.

Per zia Anna schiaffi e lavoro alla macchina per maglieria, ad aiutare nonna, perché non avrebbe potuto fare altro, e anche quello le veniva maluccio.

Per quanto riguarda gli schiaffi credo che nonno, in misura diversa, non li abbia risparmiati a nessuna delle sue figlie, almeno finché la bomba non gli ha fatto capire, a lui che in realtà le amava molto, che poteva anche perderle da un momento all'altro.

Mia nonna diceva - e ha ripetuto fino al suo ultimo giorno - "Che croce vi lascio figlie mie" riferendosi alla zia Anna che certamente sarebbe sopravvissuta alla sua morte.

Se avesse saputo, nonnetta, che zia Anna non solo ha resistito a lei e al nonno, ma anche a mio zio Peppe, marito di Titta, a mio padre Giovanni e a mia madre Novella e ad una serie di parenti più giovani di lei e ancora oggi regge egregiamente mentre zia Titta ha già avuto un infarto, si sarebbe preoccupata ancora di più dell'incarico che ci lasciava.

La zia, infatti, non sa fare nulla che possa dirsi utile per la sua sopravvivenza: non sa accendere il gas, non sa cucinare, non riesce a lavare ne' se stessa ne' le sue mutande, pensa di avere 28 anni, e la sua unica preoccupazione é rinnovarsi un abito nuovo a Pasqua, e magari anche un cappotto a Natale, con tanto di borsa e scarpe in tinta, come quando nonna glie li faceva fare su misura dalla sarta.

A parte quel che legge, e che scrive, non sa nulla della vita reale, non ha pratica di alcunché e qualsiasi bambina di 10 anni può darle punti in qualsiasi argomento.

In compenso ha una certa dose di furbizia e di memoria, che le ha procurato la cancellazione della pensione di invalidità, grazie ad una commissione ben lieta di sentirsi raccontare la ricetta degli gnocchi, a riprova della sua autosufficienza.

Immagino che gli illustri dottori non aspettassero altro, e che tutte le testimonianze di parenti e medici non contassero nulla per loro di fronte ad una povera ignorante che per non sentirsi tale sfodera tutto quello che sa, come se dovesse salvare l'onore suo e della famiglia.

Che la ricetta l'avesse letta in uno dei suoi libri, o ricordata a memoria dalle giornate passate in cucina con nonna, poco importa. Importa che é stata riconosciuta autosufficiente e che zia Titta, che ora la tiene sempre con sé dopo la morte di mia madre, ha dovuto restituire allo Stato le pensioni degli ultimi dieci anni.

I quali anni, a proposito, passano solo fisicamente per la mitica zia, perché non può accadere nulla al suo cervello: non c'é demenza che possa confonderlo ne' vecchiaia che possa consumarlo, visto che di guizzi intellettivi ne ha visti così pochi da sembrare affetto da quelle disgrazie fin dalla più tenera età.

A me, la zia Anna, ha sempre fatto pena, una gran pena e una gran tenerezza.

A dire il vero mi ha fatto anche arrabbiare, e non poche volte, ma me la sono portata anche in Costarica, nella mia casa in costruzione nella giungla, per rispettare il turno di custodia assegnato a mia mamma, che voleva zia Anna sei mesi a Torino con lei e sei mesi a Osimo, per non pesare troppo sulle spalle di una sola sorella.

Tutto il paese si stupì quando le fecero fare il passaporto, a lei che a malapena sapeva dove sta Ancona.

Mamma e zia hanno passato tre mesi fra coccodrilli e ragni, in un soggiorno per loro avventuroso e incredibile, e ancora adesso quando guardo le fotografie di quel periodo mi vengono le lacrime agli occhi dal ridere, ma certo anche per la nostalgia.

Di quei mesi la zia ricorda solo che la sua camera non aveva ancora le porte e che non trovava il "bottone" per accendere la luce sopra il letto: tante volte sono accorsa in camera sua e l'ho trovata di traverso sul materasso mentre annaspava nel buio e gridava di voler fare pipi.

A dirla tutta a me ha fatto anche comodo, la zia, perché ha tenuto compagnia a mia madre ormai vedova, mentre io scorribandavo per il mondo e, sapendola in compagnia, tacitavo il mio senso di colpa di figlia unica e poco presente.

Sulla mamma, invece, la sua presenza ha forse influito negativamente: sentirla cantare libri dal mattino alla sera e non poter intrattenere con lei alcun dialogo coerente deve averla spinta più in fretta e più in giù verso la malattia mentale che l'aspettava al varco.

E questo sospetto, accucciato e maligno, vive fra le pieghe del sacchetto di dolori che mi porto appresso, e che cerco da anni di non aprire.

Oggi zia Anna é molto dimagrita, è piccola e sparuta, come tutti i vecchietti; copia curva e solerte le sue storie d'amore, toglie la polvere in camera da letto e va a passeggio con un'assistente sociale del Comune che tre volte alla settimana viene a prenderla a casa, ultimo e unico aiuto pubblico concesso dalla Commissione Togli-Pensioni che tutto sa.

Zia Titta la sopporta malamente, lei stessa sta in bilico sullo stesso baratro che ha inghiottito mia madre, combatte l'ondeggiare della memoria con le parole incrociate e frequentando le compagne delle magistrali, ora nonne quanto lei e dal decolté non più tanto solido.

Mentre zia Anna é chiusa in camera sua a recitare libri, Titta mi ripete al telefono le stesse domande come fossero nuove, e il mio cuore si strizza, e torna indietro di dieci anni, a quando mia madre cominciò la sua strada verso il buio dell'Alzhaimer.

Ma questa è un'altra storia.

2 novembre 2007

26 dicembre 2007

XCVIII


Fummo lontani in primavera: e aprile,
umor screziato in abito sontuoso,
dava alle cose un soffio giovanile
(rideva anche Saturno, il permaloso).
Né il canto degli uccelli, né l’odore
dolce dei fiori, essenze variopinte,
sapevano ispirare estate al cuore –
né io ne colsi le beltà distinte.
Non mi sedusse il candido dei gigli,
né io lodai il vermiglio nelle rose:
erano al piacer mio meri consigli,
immagini di te, seconde cose.
Durava inverno agli occhi, e tu nel petto:
come dell’ombra tua, n’ebbi diletto.

William Shakespeare

19 ottobre 2007

Ritorno...


Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E` lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

G. Leopardi
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

25 luglio 2007

ANCORA CON TE


Amore,
se mai morendo
ti lasciassi,
o tu
lasciassi me,
promettimi
di non dare spazio
al dolore.

Ne' morte,
ne' tempo,
ne' spazio alcuno,
vale,
quello che abbiamo
vissuto.

Possiamo rendere
le cose raggiunte,
concluse;
l'amore no,
non é finito.

Avremmo potuto
non incontrarci,
ma ci siamo incontrati
e il tempo
non può piu' nulla
per noi.

Gabriel Garcia Lorca

16 luglio 2007

Amarilli, mia bella


Amarilli, mia bella,
Amaryllis, my lovely one,

Non credi, o del mio cor dolce desio,
do you not believe, o my heart's sweet desire,

D'esser tu l'amor mio?
That you are my love?

Credilo pur: e se timor t'assale,
Believe it thus: and if fear assails you,

Dubitar non ti vale.
Doubt not its truth.

Aprimi il petto e vedrai scritto in core:
Open my breast and see written on my heart:

Amarilli, Amarilli, Amarilli
Amaryllis, Amaryllis, Amaryllis,

è il mio amore.
Is my beloved.


Text - Anonymous
Set by Giulio Caccini (1546-1614)

13 luglio 2007

CANTO DEI MORTI

Portavano ogni giorno
carrette di diamanti.
Prendetene – veniva detto
E noi ridenti tuffavamo le mani.

E poi miele, poesie, bave di vento e fiori,
occhi di bimbo canti di tucano fiocchi di carne e perle d’oltremare.
Sussurri fremiti armonie, persino un’ombra di celeste e latte.

Noi gioivamo, ancora, e prendevamo, sempre.
Niente si nascondeva o era perduto,
ogni cosa giocata assaporata vista, ogni goccia raccolta,
ogni tremito stretto.
Tutti i doni accettati, come ultimi o primi.

Del Generoso nulla si sapeva, ma non era importante.
Meno si parlava di lui,
più preziosi giungevano incensi, pannelli di delizie,
arti e verbene, lingue di fiamma e oro.

Anche un amore, un giorno. E fu gran festa.

L’ultimo omaggio fu un sentiero declive.
Vi scorrevano ai lati
rivoli di conchiglie nere.

Coglietene - fu detto.
E noi ridenti, per gratitudine, tuffammo le mani.


2004

11 luglio 2007

Attributi del dio Ganesha


Tutte le qualità dell'elefante sono indicate dalla testa di Ganesha: forza, fortuna e saggezza.
Come l'elefante, questa divinità può essere potente e distruttiva, ma anche leale e generoso.
Le sue larghe orecchie separano il vero dal falso e ci ricordano che la capacità di discriminare é la base per qualsiasi tipo di progresso spirituale.

27 giugno 2007

SARA

Grazie per essere esistita. Grazie per avermi sorriso sempre e per avermi sempre detto quanto era bella la nostra improvvisata vita di nomadi. Grazie per avermi accompagnata davanti ai tramonti del Sahara e per aver sciolto con me gli cheches dei nostri amanti all'alba.
Grazie per essere vissuta: non ti perdero' mai, e ci ritroveremo sulla duna piu' ripida a ridere ancora una volta insieme.

Tu sei come il deserto "puoi allontarti da lui, puoi non vederlo mai più, ma ormai esso e' dentro di te"

A la prochaine, ma cherie! On se verrà dans le vent du Sahara qu'on a aussi bien aimé ensemble...

01 giugno 2007

IL MIO ULTIMO AMORE

Era un orso con le punte, con una gabbia intorno chiusa dall'interno, strette catene ai polsi e pochi palpiti di emozione al cuore. Un vecchio ragazzo che si credeva tale per azzardo e per incapacità di cambiare - in proprio - il destino. Vittima di se' stesso e delle proprie pulsioni represse. Un "Adso" mancato, ormai invecchiato e triste, senza speranze di libertà.
E invece.......